Zanarini e il caffè a 100 euro

Parliamo di patrimonio pubblico e di bandi comunali. Non mi interessa il caso specifico in questione, ovvero il Caffè Zanarini: ci sarà chi lo ama e chi non lo apprezza. Io personalmente non conosco i gestori, ma prendo spunto da questa vicenda per evidenziare un fatto oggettivo: la struttura pubblica è sempre più fuori dalla realtà.

Mille euro al giorno di affitto, sommati a tutti gli altri costi aziendali, sono una cifra tecnicamente insostenibile per Bologna.

Il bando andrà deserto e dovrà essere rifatto, con ulteriori costi per la pubblica amministrazione e relativa perdita di tempo. Viceversa, se qualcuno lo vincerà, o sarà una multinazionale o avrà dietro di sé capitali non puliti oppure, dopo un po’, diventerà moroso e quindi si dovrà rifare il bando, con l’aggravio delle spese legali. E nessuno si sta preoccupando delle trenta famiglie che vivono grazie a quei posti di lavoro. Che fine faranno?

É chiaro che in Comune qualcosa non va. Zanarini è solo uno dei tanti casi di bandi sbagliati e che spesso vanno deserti. Mi chiedo se vengano realizzate delle perizie prima di pubblicare questi avvisi e nel caso chi ne siano gli autori: personale interno oppure consulenti esterni? Di certo, se fossimo in un’azienda privata, un tecnico che sbaglia il suo compito per 3 volte verrebbe sostituito.

Ma c’è un altro punto. Perché il patrimonio pubblico viene locato valutando esclusivamente l’aspetto monetario?

Valorizzare economicamente il patrimonio è cosa giusta: per anni si è fatto il contrario, con immobili anche di pregio dati agli amici degli amici per due spicci. Oggi, invece, poiché le leggi rendono più difficili queste pratiche, si passa all’estremo opposto.

Il Comune sta diventando il peggiore strozzino, più avido dei locatori commerciali privati.

Si parla sempre della città più cara d’Italia, come se fosse un destino ineluttabile, ma questa condizione nasce da tante piccole cose messe insieme. Se fai pagare 365.000 euro di affitto annuo a un bar, quanto pensi che potrà mai costare un caffè?

Se strozzi il tuo inquilino con una locazione troppo alta, gli impedisci di investire in migliori condizioni di lavoro, in materie prime di qualità e nel proprio sviluppo. Il piccolo imprenditore sarà costretto a ridurre al minimo ogni tipo di costo, comprimendolo, e a destinare la gran parte dei ricavi alla locazione.

Una strada miope che non porta lontano.

Ma questo ragionamento, che vale anche per i privati, il pubblico dovrebbe ampliarlo, avendo una visione di città. Ad esempio, si potrebbe chiedere ai partecipanti alla gara di presentare un business plan di progetto, con un piano economico-finanziario sostenibile, in cui siano previste anche le stime di ricavo e i listini.

In questo modo il Comune potrebbe valutare anche il tipo di offerta, sia in termini di qualità sia di prezzi, e modulare la locazione in base ad essa. Il pubblico rinuncerebbe a qualcosa in termini di incasso, ma ne guadagnerebbe l’intera città, rendendo i servizi più sostenibili e di maggior pregio.

Per fare ciò è importante che nei bandi pubblici per l’assegnazione degli immobili la parte progettuale valga almeno il 50% del punteggio. Fino a poco tempo fa Lepore e Co. facevano gare al massimo ribasso: una sciagura, in cui aveva gioco facile chi, per altri motivi, non aveva bisogno di essere competitivo sul mercato. Ora, dopo molte critiche, hanno abbandonato quella strada e sono passati all’offerta economicamente più vantaggiosa, ma al suo interno attribuiscono al progetto solo il 20% del punteggio, il resto all’aspetto economico.

Bisogna invertire questa rotta. Il Comune non può guardare solo a ciò che incassa, ma anche all’idea di città che ha in mente. Dobbiamo promuovere imprenditori coraggiosi e virtuosi, che fanno scelte ambientalmente sostenibili, che valorizzano la filiera corta, che tengono alti i marchi storici della città e che, nel rispetto dell’equilibrio economico-finanziario, offrono servizi al minor costo possibile.

Rinegozieremo i canoni a fronte di impegni sul versante dei prezzi per i cittadini, degli investimenti occupazionali e sul lavoro nella filiera locale al fine di promuovere un’economia circolare e del territorio.

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