Quando la politica abbandona il campo, non resta che il manganello.

La stella polare di Matteo Lepore si chiama “appalti”. Gli appalti significano soldi e i soldi sono potere. Il potere compra la fedeltà, garantisce consenso e voti. Quando un’opera pubblica viene realizzata, non c’è solo il giro d’affari della costruzione, ma anche le promesse di lavoro alle cooperative che gestiranno la struttura. Quando si taglia un albero e si promette di piantarne un altro per “compensazione” (sic), si muovono i soldi tre volte: si paga un’azienda per tagliare, un’altra per comprare e un’ultima per piantare.

I finti percorsi partecipati sono altri soldi che si muovono; si fanno lavorare fondazioni private che sono dirette emanazioni del sindaco, in cui si piazzano, pagati dal pubblico, i propri uomini. Per far cosa?

Una partecipazione addomesticata.

Le persone vengono coinvolte non a monte, ma a valle, per decidere se la panchina deve essere verdina o fucsia. E anche le poche cose che viene loro permesso di scegliere spesso vengono tradite, come è successo nei laboratori fatti con la scuola del quartiere. E allora, quando la politica ti prende in giro così platealmente, quando entra nella tua vita peggiorando il panorama, abbassando la qualità della tua quotidianità, allora è normale scendere in strada e alzare la mano. E al Pilastro sono scesi in tanti, senza violenza. Si sono seduti nel loro parco, su un prato pubblico. Hanno cucinato insieme, come in una sagra di paese. Hanno chiesto confronto.

Non hanno alzato la mano solo all’inizio del cantiere. Il Comitato da mesi chiede incontri all’assessore, al sindaco. Ma nulla. Eppure il sindaco è in campagna elettorale H24, addirittura andando a “scroccare” i pranzi nelle case dei fedelissimi con un copione più finto di una sitcom americana anni 60.

Ma quando c’è da metterci la faccia, quando deve prendersi le sue responsabilità o dare risposte vere, scappa come una lepre. E questo è intollerabile. Troppo facile nascondersi dietro la polizia, facendosene scudo. È vile. Vada a dare risposte. Vogliamo creare servizi, spazi, strutture? Benissimo. Siamo pieni di spazi abbandonati: si rigeneri l’esistente. Oggi, per quella che è l’attuale sensibilità sociale e ambientale, pensare di compromettere quei pochi fazzoletti verdi rimasti in città è semplicemente da folli. Anche qui il marketing politico della città più progressista d’Italia si squaglia, si scioglie davanti alla realtà.

Il PNRR doveva servire a risolvere i problemi atavici dell’Italia, come ad esempio l’emergenza abitativa o a finanziare politiche industriali strategiche, non a dare mancette elettorali, come si è fatto da nord a sud.

Vedere la polizia risolvere le grane di un sindaco che scappa, agli ordini del tanto vituperato ministro degli interni, é davvero uno spettacolo triste e imbarazzante.

La dignità, questa sconosciuta.

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